Stand-up e tecniche di speakeraggio: due giorni con Mimosa Martini

Macchia. Vivo. Servizio Chiuso. Stand up. Voce. Lancio. Come si realizza un servizio per il telegiornale? Al Master Eidos in Giornalismo e Giornalismo radiotelevisivo è tornata Mimosa Martini, corrispondente di esteri del TG5 fin dai suoi albori che, con i racconti delle sue esperienze come inviata e il suo amore per il mestiere, ha dato a noi aspiranti giornalisti molto più di qualche consiglio sull’impostazione della voce. “Bisogna avere passione, tanta. E determinazione” ha iniziato così la sua lezione, con l’orologio un po’ in avanti, piena di brio ed entusiasmo. “La determinazione può essere sinonimo di ambizione, in altri casi vero amore per quello che fai.” “Passione” è il leitmotiv che ha accompagnato questi due giorni, insieme alla voce inconfondibile di Mimosa. Voce che, come nel suo caso, spesso diventa la firma di un giornalista televisivo, il quale non sempre compare in video se non per i brevi momenti di uno stand up.

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E proprio lo stand up, con le sue diverse impostazioni e le consolidate tecniche per renderlo efficace, è stato l'oggetto dell’esercitazione del weekend. 

“Lo stand up è il omento in cui apparite voi. Un minuto e mezzo in cui dovete raccontare il fatto e trasmettere le sfumature, far sentire lo spettatore come se fosse lì”

Uno strumento, dunque, che non è un mero esercizio di memoria, né basta saper guardare in camera o usare il tono adeguato.

 

Il giornalista deve sapersi presentare, essere credibile e non primeggiare mai davanti all’obiettivo. Niente accessori sfarzosi o particolari che attirino l’attenzione. Il centro di tutto è nel racconto di ciò che accade. L’abbiamo imparato bene davanti alla telecamera, ripresi mentre cercavamo di risultare naturali, concentrandoci sulla voce e sulla modulazione del parlato.

 

Prima di passare alla sua realizzazione, però, ci vuole una buona dose di teoria. First things first, come direbbero gli americani. Dalla struttura di una redazione Tv, il focus iniziale è stato lo studio delle diverse tipologie di servizi che fanno parte di un telegiornale: il vivo, ovvero la notizia breve letta dal conduttore, e la sua declinazione in macchia, quando vi è anche il supporto delle immagini. E poi il servizio chiuso, il vero e proprio “pezzo” che racchiude voce ed immagini, il collegamento telefonico o video, la dichiarazione, fino ad arrivare a tutto ciò che sta dietro al prodotto finito: la costruzione della notizia ed il montaggio. 

 

Mimosa Martini si è concentrata sulle modalità di realizzazione del servizio, per nulla semplice come può apparire ai più. Oltre alle riprese, bisogna scrivere il pezzo che accompagna le immagini – il cosiddetto voice-over – avendo cura di scegliere le parole con una precisione chirurgica, leggerle con il giusto tono e la giusta carica emotiva senza dimenticare l’oggettività che deve avere ogni un buon giornalista.

 

Bisogna scegliere cosa si vuole raccontare e come farlo, per non risultare fuorvianti o ridondanti. Il classico “caramella-caramella” non è un’opzione, come ha sottolineato Mimosa parlando dell’associazione immagini-parole. Tutto questo realizzato in pochissime ore. Perché, se il Direttore è il capo assoluto del giornale, il tempo è il dittatore, l’angoscia di qualsiasi giornalista.  

In due ore bisogna trovare la notizia, recarsi sul posto, fare le interviste, le riprese, registrare la voce, montare tutto e inviarlo in regia. Il proprio lavoro può durare solo il tempo di quella notizia, di quel servizio, di quella edizione del TG. Poi è finita e si ricomincia tutto da capo per l’edizione successiva. Mimosa ci ha spiegato come funziona tutto questo dagli occhi di chi lo ha vissuto dall’interno, intervallando lezioni pratiche, consigli ed esercitazioni ai racconti delle sue esperienze vissute in Pakistan, a New York dopo ll’11 settembre o a Parigi dopo la strage al Bataclan. 

 

Inviata negli scenari di guerra più atroci, non si è mai pentita della scelta che ha fatto, poiché è riuscita a rimanere sempre lucida, dedita al proprio lavoro, pur rischiando più volte la vita

“L’importante, per chi vuole fare questo mestiere, è non far diventare la guerra che racconti la tua guerra. Altrimenti è finita, abbassi la guardia e rischi di non tornare indietro.”

Agli aspiranti giornalisti ha lasciato un video della sua vita, vissuta alla ricerca della verità dei fatti nascosta sotto le macerie della guerra.

 

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