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Un weekend con Antonio Padellaro

Un weekend con Antonio Padellaro

Al Master in Giornalismo di Eidos Communication, di buon mattino in un caldo weekend del giugno romano, è arrivato un ospite inaspettato e più che gradito: Antonio Padellaro, fondatore del Fatto Quotidiano e presidente dell'editore del quotidiano diretto da Marco Travaglio, ha voluto regalare agli studenti una lezione di giornalismo fatta delle storie a lui più care. L'ex direttore dell'Unità e del Fatto ha accompagnato i masteristi fin negli Stati Uniti d'America degli anni '70, per conoscere un cronista che ha saputo definire un'epoca grazie solo alla forza delle parole e alla qualità del suo lavoro. 

 

 

 

Tra Roma e gli Stati Uniti d'America con Antonio Padellaro

"Una delle mie storie preferite parla di Tom Wolfe", ha detto Padellaro ricordando il geniale giornalista scomparso nel maggio di quest'anno. Nato nel 1930, Tom Wolfe fu protagonista di quella generazione di cronisti che rivoluzionarono lo stile del newswriting, diventando i primi a saper mischiare cronaca, costume e letteratura: è il New Journalism, uno stile di scrittura che rifiutava le liturgie del giornalismo vicino al potere; lo stesso Wolfe fu assunto al Washington Post perché, avrebbe in seguito detto, "non gli interessava la politica" e "preferiva stare in città che su Capitol Hill". Da subito il suo stile fu umoristico e brillante, vincendo anche il "Guild Award" per lo humor dei suoi pezzi. Nel 1962 Tom Wolfe si trasferì a New York, dove iniziò a lavorare per il New York Herald Tribune, che usciva la domenica con il supplemento New York Magazine.

E' qui che la storia di Antonio Padellaro ha raggiunto il suo apice: "Wolfe è il collega che ha inventato il concetto di radical chic, ne ha scritto sulle pagine del New York Magazine che è storicamente il competitore del New Yorker, la pubblicazione che è un po' emblema di un certo lettore, che oggi definiremmo radical chic, appunto", ha detto Padellaro. "Per fare in modo che la testata in cui lavorava, assieme ad un gruppo, per definirli così, di sciagurati, vincesse la sfida col New Yorker, Wolfe aveva creato una splendida affermazione: "Un mese senza una rissa con quelli del New Yorker è un mese sprecato". Il giornalismo infatti, per Padellaro, “non è un mestiere da vivere in punta di fioretto”; ambizione, voglia di emergere, combattività, sono gli ingredienti di un grande giornalista.

Così nacque il Fatto Quotidiano

Il fondatore del Fatto ha ricordato gli anni in cui il prodotto giornalistico oggi firmato da Marco Travaglio stava muovendo i primi passi: tutto iniziò quando, mentre era ancora all'Unità con Furio Colombo, il quadro politico italiano aveva iniziato a mutare profondamente. Era il 2008: "Da un giorno all'altro, senza preavviso, apparve un'intervista di Walter Veltroni, neosegretario del Partito Democratico, che auspicava per l'Unità 'un direttore donna'". Guardandomi allo specchio mi resi conto di non avere le caratteristiche richieste", ha detto Padellaro agli alunni, sorridendo: "Capii così che i miei giorni all'Unità si stavano per concludere".

Sarebbe così partita la grande avventura del Fatto Quotidiano, iniziata negli anni dei casi giudiziari che ruotavano intorno a Silvio Berlusconi e alle inchieste su Ruby Rubacuori. "In quei giorni venni chiamato da Gianni Barbacetto, il nostro bravissimo collega che scrive da Milano, mi disse di avere una storia incredibile. "Avevamo tanti dubbi sul far uscire o meno una notizia così forte, avevo deciso di metterla al centro della prima pagina, sperando si confondesse tra le altre. La storia c’era, le fonti erano verificate, ma si trattava pur sempre di mettere alla gogna il Presidente del Consiglio e un po’ di titubanza c’era. "Ma se siamo sicuri di avere fra le mani una storia importante dobbiamo uscire al massimo, caricare a pallettoni", ha aggiunto Padelaro: "Non si può stare "mezzo e mezzo": una storia o c'è o non c'è. E se c'è bisogna pubblicarla e vedere l'effetto che fa".

Antonio Padellaro ha continuato il suo racconto e senza mezzi termini ha affermato: "Una parte della forza di cui ho bisogno per scrivere viene da una certa dose di egoismo. In parte io scrivo per me stesso", ha sottolineato, aggiungendo: “E va bene così, sapete? Siamo giornalisti peggiori se togliamo a questo mestiere il sangue vivo, l'ambizione, la vanità, che è un tratto spesso visto come un difetto o un vizio; nel nostro mestiere invece è un motore. E allora viva viva la vanità, se vuol dire ambizione, voglia di emergere, attenzione per ogni dettaglio, ricerca meticolosa alle fonti, voglia di scrivere con personalità e di non stare nel branco, evviva la voglia di raccontare una storia che abbiamo soltanto noi". 

La giornata dello scoop, una giornata splendida

E' lo scoop, il sogno di ogni giornalista, ne capitano un paio nella carriera di ognuno, i giornalisti vivono in attesa di questa opportunità: "Essere giornalisti significa stare nella vita di tutti i giorni con una certa attitudine. Io non vi sto dicendo che la quotidianità di un giornalista sia mediocre o noiosa, ma se siamo fortunati c'è quella giornata splendida in cui abbiamo
le mani su una perla che abbiamo scoperto soltanto noi". E' il nostro scoop, ha raccontato Padellaro, l'ambizione più grande per chi fa questo mestiere. 

E’ stata una lezione schietta, umile, composta quella di Padellaro. Forse alcuni studenti si aspettavano un approccio diverso, al limite del fazioso; l’idea diffusa è che il Fatto sia un giornale che non fa sconti sull’altare dell’opportunismo e c'era da aspettarsi una lezione più aggressiva nei modi o nelle opinioni. E invece il presidente del Fatto ha detto: “Facciamo un mestiere che può essere straordinario, proprio perché risponde a un canone non ordinario, e il servizio che rendiamo, senza edulcorare la realtà, è quello verso i nostri unici padroni, che sono i lettori.” Al Fatto non ci sono proprietari, si pubblicano le inchieste che sono corredate da dati certi; non importa quali siano le opinioni del direttore o dell’editore, i giornalisti devono sentirsi liberi di scrivere, di indagare.

Padellaro ha saputo trasmettere quanto il vero giornalismo non sia sensazionalismo e nemmeno servilismo, ma appunto la passione per i fatti, che vanno trattati con attenzione, amore per ogni dettaglio e senza alcuna sciatteria, che è “una condizione dell’animo umano che dà gli altri l’occasione di valutarci, male”. Grazie Antonio Padellaro, dai Masteristi della XXXIV edizione del Master Eidos.

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