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Il giornale che comprò un bar per fare un'inchiesta

Il giornale che comprò un bar per fare un'inchiesta

Sembrerà strano, ma a volte per vincere il premio Pulitzer serve aprire un bar. E’ esattamente quel che è capitato al team di quattro giornalisti di Chicago che nel 1976 per lavorare ad un’inchiesta sulla corruzione della politica acquistarono e misero in piedi un locale in piena regola: d’altronde, era proprio nei bar e nelle taverne che si poteva intercettare chi decideva del malaffare nell’amministrazione della città.

 

 

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Inchiesta sotto copertura

La reporter Pam Zekman, dopo anni di indagini su impiegati comunali che prendevano tangenti e mazzette dagli affaristi della città, era molto vicina a poter mostrare al suo pubblico un lavoro completo sulla corruzione cittadina: gli mancavano, però, fonti inattaccabili che le avrebbero consentito di pubblicare la storia. “Convinse allora il suo giornale a comprare un bar”, scrive Topic, “in cui avrebbero lavorato impiegati del quotidiano; un locale che avrebbe funzionato come qualsiasi altro pub – tranne che sarebbe stato imbottito di fotografi e giornalisti – e in cui il team di lavoro avrebbe aspettato l’occasione giusta”. Il locale venne chiamato, “appropriatamente”, "The Mirage", il miraggio. 

 

 

Il locale perfetto per l'operazione sotto copertura venne individuato in un stabile che aveva due vantaggi: era da un lato vicino al Chicago Sun-Tribune, il giornale che si era detto disponibile a sostenere il lavoro di inchiesta con 25mila dollari di budget; dall’altro, era proprietà di un cittadino che da subito “si era offerto di aiutarli ad evadere le tasse e a corrompere le autorità cittadine”. Uno dei giornalisti si iscrisse ad un corso per barman e il locale poté normalmente entrare in attività: l’esperimento durò quattro mesi, nei quali i giornalisti “riuscirono a raccogliere prove di una dilagante clima di corruzione e negligenza da parte degli ispettori cittadini, inclusa una sistematica evasione fiscale che costava alla città qualcosa come 16 milioni di dollari l’anno”; i pubblici ufficiali, stando ai racconti e alle esperienze documentate in prima persona dai cronisti, erano i primi a spingere gli imprenditori verso la corruzione, minacciando sanzioni e altre misure molto dure lasciando al contempo intendere che, investendo qualche dollaro, ogni problema si sarebbe potuto chiudere in amicizia.

 

 

Una questione etica

L’8 gennaio del 1978 la prima storia derivante dall’esperimento venne pubblicata sul Chicago Sun-Times, che diffuse l’intero lavoro di inchiesta diviso in, addirittura, 25 articoli pubblicati in serie. L’inchiesta ebbe i suoi effetti: un anno dopo, alcuni ispettori del sistema elettrico cittadino finirono sotto processo per corruzione. Il servizio fiscale dello stato mise in piedi una task force antifrode che venne chiamata “l’unità Mirage”, proprio ispirata al nome del bar. La serie vinse il Pulitzer e molti altri giornali potenziarono il loro lavoro di giornalismo d’inchiesta sotto copertura, sul modello del lavoro di Pam Zekman e del suo team; ma il Chicago Sun-Times non fu esente da polemiche. E’ etico, ci si iniziò a chiedere, un lavoro giornalistico in cui i reporter non si presentano onestamente come tali? E’ corretto professionalmente che un giornalista lavori come un vero e proprio agente sotto copertura? A tutt’oggi la questione del bar Mirage rimane un caso di scuola nel dibattito statunitense sulla professione giornalistica; sono molti i giornali e i prodotti editoriali che organizzano inchieste infiltrando giornalisti negli ambienti cruciali da raccontare, spesso con risultati di grande rilevanza. 

 

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